Le aree marine protette dell’Unione europea spesso non ricevono una protezione effettiva e l’Ue difficilmente raggiungerà gli obiettivi di conservazione marina fissati per il 2030. È la conclusione della relazione speciale 25/2026 della Corte dei conti europea, intitolata “Marine protected areas – Designation alone is insufficient for meaningful protection”. Secondo gli auditor, molti siti non dispongono di misure di conservazione adeguate né di una pianificazione per l’adattamento al clima e segnalano carenze di personale e di fondi.
L’obiettivo europeo per il 2030 prevede la protezione del 30 per cento delle acque marine, con una protezione rigorosa per il 10 per cento del totale. Oggi circa il 14 per cento delle acque marine dell’Ue è designato come area protetta e meno dell’1 per cento è sottoposto a protezione rigorosa. La Corte rileva inoltre che la rete esistente non funziona come un sistema ecologico coerente e che habitat chiave del mare aperto e delle profondità marine restano protetti in modo insufficiente. Iliana Ivanova, membro della Corte responsabile dell’audit, ha dichiarato che la vera sfida è trasformare la designazione in protezione concreta e ha chiesto a Commissione e Stati membri di agire congiuntamente e di coinvolgere le comunità locali.
I limiti della protezione
Secondo gli auditor, l’Ue non dispone di un sistema armonizzato di categorie di protezione né di un elenco corrispondente delle attività compatibili con gli obiettivi di conservazione. Pesca e altre attività che danneggiano i fondali sono tra le principali minacce alla biodiversità marina, ma le restrizioni alla pesca si applicano soltanto a una piccola parte delle aree protette. La Corte riconosce la complessità di adottare misure che incidono sulle flotte di più Stati membri, ma chiede una cooperazione più stretta a livello europeo e nazionale per tradurre le designazioni in misure uniformi, concrete e applicabili.
Un’azione coordinata, secondo la Corte, aiuterebbe anche a risolvere il problema delle risorse. La conservazione efficace richiede finanziamenti consistenti e prevedibili, mentre oggi i fondi sono frammentati tra i bilanci nazionali e diversi strumenti dell’Unione.
Il coinvolgimento dei portatori di interesse
Gli auditor osservano che gli Stati membri consultano i soggetti interessati in modo sempre più inclusivo, ma con modalità ancora disomogenee. Uno scarso coinvolgimento, avvertono, può indebolire la sostenibilità sociale, la trasparenza e il consenso pubblico verso le misure di tutela, in particolare quando le comunità costiere subiscono conseguenze socio-economiche rilevanti.
La Corte chiede di offrire a chi è colpito dalle decisioni maggiori possibilità di contribuire e di individuare misure per attenuare gli effetti negativi delle restrizioni. Il giusto equilibrio tra protezione ambientale e impatto socio-economico, indica la relazione, non è stato ancora raggiunto.
Le dimensioni della rete
I mari dell’Ue coprono circa 5 milioni di chilometri quadrati, una superficie superiore a quella terrestre dell’Unione, e circa il 40 per cento della popolazione vive entro 50 chilometri dalla costa. Le quattro regioni marine sono l’Atlantico nord-orientale, il Mediterraneo, il Baltico e il Mar Nero. Al loro interno ricadono 3.648 siti Natura 2000, per circa 526.000 chilometri quadrati, e 6.610 aree marine protette designate a livello nazionale, per 244.000 chilometri quadrati. Più della metà di queste ultime si sovrappone a siti Natura 2000.
La Corte era già intervenuta sul tema con la relazione speciale 26/2020, intitolata “Marine environment: EU protection is wide but not deep”.

